Il fortissimo aumento del prezzo del petrolio ha provocato una serie di conseguenze indesiderabili nei mercati del mondo. Anzitutto si è ritenuto opportuno sottrarre parte delle terre coltivate a scopo alimentare, per dedicarle invece alla produzione di carburanti (detti biocarburanti, o meglio agrocarburanti, perché utilizzano risorse agrarie). Il paese che da tempo ha introdotto carburanti di origine vegetale è il Brasile, ma di recente anche gli Stati Uniti e l’Europa hanno deciso di includere una quota di vegetale nei loro carburanti. La conseguenza immediata è stata la crescita del prezzo dei cereali e di altre derrate alimentari a livello mondiale. Da noi questa dinamica dei prezzi può avere effetti relativamente limitati, ma nei paesi della fame – dove risiede la maggioranza del genere umano – le conseguenze sono assai più tragiche: può voler dire innalzare il numero di morti per fame – che già ora si aggira attorno alla spaventosa cifra di 50 milioni ogni anno. Pertanto non ha torto Iean Ziegler, esperto dell’ONU per il «diritto al cibo», a parlare di crimine contro l’umanità a proposito di questa corsa a granoturco e soia per produrre ecobenzina.

Conseguenze sociali e ambientali. Ma vediamo più in dettaglio qualche altro effetto. Il governo brasiliano ha riqualificato circa 200 milioni di ettari di foresta tropicale secca, praterie e paludi, in «terre degradate», adatte alla coltivazione. Si tratta di ecosistemi con grande biodiversità, abitate da contadini poveri e da grandi aziende per l’allevamento estensivo di bovini. L’introduzione delle colture per agrocarburanti avrà la conseguenza di ricacciare queste comunità verso la «frontiera agricola» dell’Amazzonia, là dove le tecniche devastatrici di deforestazione sono ben note. Secondo la Nasa più aumenta il prezzo della soia (che fornisce il 40% degli agrocarburanti in Brasile) più accelera la distruzione della foresta umida. Discorso analogo può essere fatto per l’Indonesia, dove il biodiesel tratto dalle coltivazioni di palma da olio viene chiamato «diesel della deforestazione». È importante avere presenti anche altri aspetti sociali e ambientali. Certe coltivazioni industrializzate, come la soia, offrono occupazione a un numero estremamente basso di persone, fino a 70 volte meno rispetto alle tradizionali coltivazioni familiari. Inoltre la fertilizzazione del terreno con concimi azotati libera nell’atmosfera l’ossido di azoto (N2O), un gas di fortissimo effetto serra, che tuttavia, essendo presente in quantità assai piccola, contribuisce per ora meno dell’anidride carbonica e del metano all’effetto serra complessivo.

Circoli viziosi. Bastano queste brevi considerazioni per indicare il rischio di cadere in «circoli viziosi». Introdotta per combattere l’effetto serra, di fatto, la produzione di agrocarburanti lo può addirittura incrementare, sia attraverso la riduzione delle foreste, sia attraverso l’introduzione delle coltivazioni industriali e l’uso di fertilizzanti chimici. Un altro circolo vizioso si può verificare quando il prezzo dei carburanti sale. In tal caso, come notato all’inizio, si può avere la tentazione di sottrarre terreni all’alimentazione per destinarli invece agli agrocarburanti. Spesso si invoca l’avvento di biocarburanti di seconda generazione, quelli che, a differenza degli esistenti, non sarebbero prodotti in alternativa ad alimenti, ma da scarti agrari o biomasse legnose tratte dalle foreste. Tuttavia, in presenza di prezzi crescenti dei carburanti, non si notano tendenze ad aprirsi a questo nuovo mercato – che resta in ogni caso meno “ricco” di quello attuale.

Quattro ecosistemi. È necessario quindi affrontare il tema in un’ottica di ampio respiro, quella stessa che spinge a domandarsi dove potrà attingere il cibo in futuro un’umanità in rapida crescita. È noto che quattro sono gli ecosistemi da cui possiamo trarre alimenti: quelli delle acque, dei pascoli, delle terre coltivate e delle foreste. Le acque, specie quelle marine, hanno raggiunto ormai da decenni un livello di saturazione, per cui le possibilità di crescita del pescato sono assai limitate. I pascoli da noi sono abbandonati e stanno rimboschendosi, data la mancanza di persone disposte a quella vita aspra, ma nei paesi poveri sono sottoposti a una cronica situazione di “sovrapascolo”, cioè di eccesso di animali, che ne favorisce il degrado e la desertificazione. Degli ultimi due ecosistemi, terre coltivate e foreste, si è già accennato ad una certa reciproca intercambiabilità. Sono però da sottolineare i gravi danni, spesso irreversibili, quando si tratta di foreste tropicali umide, distrutte per lasciar posto alle coltivazioni. In un regime caldo e piovoso infatti, il terreno denudato perde rapidamente il suo contenuto di humus e rischia sterilità e desertificazione. In ogni caso le foreste possono essere rapidamente distrutte, ma per la loro ricostruzione si richiedono decenni. Da noi le foreste sono state da sempre apprezzate e “coltivate” per trarne combustibili (legna), ma anche cibi (frutti, noci, castagne..) e per fungere da insuperabili regolatrici del regime idrico. Oggi, nel benessere, sono meno valutate, ma, nella prospettiva di un mondo affamato e assetato, si dovranno riconsiderare queste fondamentali funzioni delle aree boscate.

In definitiva, anche considerando il loro ruolo sul clima, le foreste, specie quelle tropicali, vanno considerate un bene prezioso per tutta l’umanità, la riserva privilegiata di energia rinnovabile e di cibo (basti pensare che, nonostante tutto, le foreste sono ancora circa 4 volte più estese delle terre coltivate). Non dovrebbero quindi essere abbandonate alla logica del mercato, all’arbitrio dei politici o alle brame degli speculatori. Altrettanto si dovrebbe ripetere per il mercato degli alimenti, specie nei paesi poveri, salvo incorrere in quel crimine contro l’umanità denunciato dalla stessa ONU. Resta a tutti noi il compito di premere a livello politico perché vengano valorizzati boschi e foreste, perché si torni a trarre da essi quell’energia rinnovabile che tradizionalmente fornivano e perché vengano effettuate le ricerche scientifiche e tecnologiche per rendere questa energia più adatta ai bisogni dei nostri tempi. Ma ci resta anche l’opportunità di educarci a consumi meno opulenti e più tradizionali, sperimentandone i concreti vantaggi per la salute.