La schiavitù nel passato era ritenuta “naturale”, inevitabile. La visione della società e della giustizia era gerarchica, verticale. Le gerarchie sociali erano considerate naturali ed era ovvio che chi nasceva schiavo, plebeo, nobile o re morisse egualmente schiavo, plebeo, nobile e re. Ai tempi della bibbia queste idee erano pacifiche e invalse (ancora Paolo, ad es., raccomandava alle mogli di essere sottomesse ai mariti); ma nella bibbia c’era il germe di un superamento. C’era la narrazione di un Dio che non era soltanto creatore (ciò che vale per tutti gli uomini), ma che si è manifestato al suo popolo anzitutto come liberatore: che lo ha liberato dalla (o dalle) schiavitù. C’era anche l’attenzione per i più poveri e deboli, verso i quali non sembra ragionevole limitarsi a invocare atteggiamenti compassionevoli da parte dei singoli, ma anche il riconoscimento di diritti da parte della società. Sta di fatto che nel superamento della schiavitù e nel riconoscimento del diritto alla libertà per ogni uomo c’è probabilmente un importante influsso biblico: la cultura biblica come fattore di progresso umano e sociale. È stata forse proprio la bibbia, partendo dalla uguale dignità di tutti gli uomini, a portare nel mondo quella visione orizzontale della giustizia, che tende lentamente ad affermarsi rispetto alla precedente visione gerarchica.

La natura come gioca in questo contesto? Tradizionalmente è stata intesa nella duplice connotazione di madre e matrigna: madre perché genera e ama i suoi figli; matrigna perché non guarda in faccia a nessuno quando deve distruggere o uccidere. Questa ambivalenza va tenuta presente quando si parla di natura. Nella narrazione biblica prevale forse l’aspetto negativo della natura: l’uomo viene invitato a opporsi a certi aspetti della sua natura interiore, animale, che lo spingono verso l’egoismo, la cupidigia, l’aggressione verso i suoi simili. Gli viene indicato un piano superiore (giustizia, altruismo, condivisione, libertà, uguaglianza, fraternità, pace…) che supera la stretta natura, ma al quale si può giungere anche con la semplice ragione: il piano di una maggiore umanità. Di solito della narrazione biblica si sono fatte letture “sacrali” o “clericali”, che rimandano all’al di là, alla liberazione dal solo peccato o altro. Forse proprio per questo non si sono colti gli aspetti umani e in particolare l’obbiettivo massimo che viene indicato all’uomo: raggiungere la pace sulla terra, come sintesi di tutti i valori umani e sociali da perseguire. Né si sono valorizzati gli aspetti positivi che vanno riconosciuti alla natura, anche come riflesso del suo Creatore. Per trovare una sensibile innovazione nella storia del pensiero, bisogna arrivare verso la metà del secondo millennio. Con la rivalutazione dell’uomo, il periodo rinascimentale ha pure portato una certa rivalutazione della natura.

Nel campo economico, cioè nel rapporto dell’uomo con i beni e la soddisfazione dei bisogni, sono state fin dall’antichità elaborate idee per migliorare e razionalizzare il comportamento umano; tuttavia solo verso la fine del ‘700, dopo la rivoluzione umanistica e naturalistica, è stata introdotta l’idea che nell’operare economico non vi sia soltanto la volontà dell’uomo operatore, ma che questa sia sottoposta a una sorta di ordine “naturale”, razionale, contro il quale è vano opporsi. Questo principio, riscontrabile più o meno chiaramente in autori come Smith, Ricardo, Malthus – riconosciuti universalmente come fondatori della scienza economica – è rimasto, se pure implicito, in tutta l’elaborazione del pensiero economico liberista – così come in quello marxista – fino ai nostri giorni. Oggi, crollata la validità empirica dell’ideologia marxista, i principi liberisti non hanno pressoché rivali. Così la caratteristica forse più importante della società attuale è la globalizzazione dell’economia fondata sui principi liberisti. Gli stessi principi elaborati due secoli addietro, con la pretesa di essere “naturali”, quindi scientifici, anziché attribuibili al volere dell’uomo.

Dov’è il tallone d’Achille dell’elaborazione liberista? È da cercare proprio nel punto iniziale: la sottovalutazione della volontà dell’uomo rispetto alla pretesa “naturalità” e inevitabilità di ciò che avviene nel campo economico. Dietro a concetti astratti, come quello di mercato, ci sono uomini con nome e cognome, con più o meno potere o ambizioni, che intervengono perseguendo determinati obbiettivi o strategie, non sempre univoci. Un grave inconveniente è che questi uomini spesso perdono il senso del limite: quanto più ricchi e potenti, quanto più in grado di influenzare il mercato, tanto più si sentono autorizzati ad operare per aumentare ulteriormente potere e guadagno. È tipico delle società opulente la perdita del senso del limite. Così lo sviluppo delle economie opulente cresce su sé stesso, cumulativamente, senza limiti, senza timore di esaurire risorse limitate, come le energie fossili del globo, o di alterare l’equilibrio climatico. Oggi il prezzo elevato dell’energia ne preclude l’accesso alle società più povere, così come l’accresciuto prezzo dei cereali, conseguenza anche della destinazione di terreni agricoli alla produzione di biocarburanti, ha di recente allargato ulteriormente l’area della fame. La quale stride tragicamente con i milioni di morti per patologie del benessere, cioè per l’eccesso di cibo. È curioso che per curarsi si riscopra la natura: cibi naturali, medicine alternative, tradizionali o altro ancora, spesso con grande soddisfazione. Tuttavia si tratta di nicchie di mercato.

Maschera del potere. Nella grande maggioranza il mercato è manipolato dalle classi dominanti nel proprio interesse. I risultati si vedono: alcuni diventano sempre più ricchi – eccessivamente ricchi – mentre al contempo aumentano le masse impoverite, precarie… E gli strumenti nelle mani dei potenti non mancano: la pubblicità non è probabilmente il più importante, anche se vi si dedica una percentuale crescente delle risorse prodotte. Forse di maggior peso è il controllo dei media, che non per nulla viene acquisito dai più accorti esponenti del potere economico. Attraverso i media si opera un continuo e sotterraneo lavaggio del cervello degli utenti, istillando alcune convinzioni, alcuni dogmi. Il primo dei quali è ovviamente la naturalità dell’economia liberista, con i corollari di liberalizzazione, deregolamentazione, privatizzazione, competizione, fiducia idolatra nella tecnica, nel progresso, nel mercato… Ma possono anche servire certe operazioni (come la delocalizzazione) o certe sottolineature nell’informazione (creare paura degli immigrati, sostenere la necessità della guerra per sentirsi più sicuri…). Infine, al vertice della società globale, come massima fonte di guadagno – oltre che di instabilità e sfruttamento – si sta imponendo sempre più la speculazione finanziaria, attività a somma zero, dove qualcuno guadagna solo perché altri perdono. Come non vedere che la pretesa naturalità del liberismo, oggi come due secoli fa, non è altro che una maschera dietro cui si nasconde il potere economico? Il quale è sempre più forte quanto più aumenta l’efficacia dei suoi strumenti di convinzione. Quelli che hanno consentito all’uomo più ricco d’Italia di convincere i poveri italiani che i suoi interessi coincidono con quelli degli italiani poveri!

In definitiva la natura mantiene immutato il duplice volto di madre e matrigna. Dopo la negazione medievale e la riscoperta umanistica – che dovrebbe essere maggiormente seguita oggi in certi campi come la salute, l’alimentazione, l’agricoltura – ne sono state fatte applicazioni negative nel campo sociale, opposte al progresso umano ricavabile dal messaggio biblico. Più aberrante ancora l’applicazione nel campo dell’economia, quando si vorrebbe dare fondamento razionale o “scientifico” a un sistema, quello liberista, che sta alterando irreversibilmente l’ambiente, sta moltiplicando i morti per fame, per eccesso di cibo, per le guerre che si ritengono “necessarie” al mantenimento di questo folle sistema di sfruttamento.

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