La schiavitù nel passato era ritenuta “naturale”, inevitabile. La visione della società e della giustizia era gerarchica, verticale. Le gerarchie sociali erano considerate naturali ed era ovvio che chi nasceva schiavo, plebeo, nobile o re morisse egualmente schiavo, plebeo, nobile e re. Ai tempi della bibbia queste idee erano pacifiche e invalse (ancora Paolo, ad es., raccomandava alle mogli di essere sottomesse ai mariti); ma nella bibbia c’era il germe di un superamento. C’era la narrazione di un Dio che non era soltanto creatore (ciò che vale per tutti gli uomini), ma che si è manifestato al suo popolo anzitutto come liberatore: che lo ha liberato dalla (o dalle) schiavitù. C’era anche l’attenzione per i più poveri e deboli, verso i quali non sembra ragionevole limitarsi a invocare atteggiamenti compassionevoli da parte dei singoli, ma anche il riconoscimento di diritti da parte della società. Sta di fatto che nel superamento della schiavitù e nel riconoscimento del diritto alla libertà per ogni uomo c’è probabilmente un importante influsso biblico: la cultura biblica come fattore di progresso umano e sociale. È stata forse proprio la bibbia, partendo dalla uguale dignità di tutti gli uomini, a portare nel mondo quella visione orizzontale della giustizia, che tende lentamente ad affermarsi rispetto alla precedente visione gerarchica. (altro…)

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